Esistono mondi invisibili agli occhi. Non perché nella realtà non esistano, ma perché la loro invisibilità si lega a doppio filo con l’impossibilità di entrarvi. Ora ci sono le mura di una stanza; ora gli occhi immersi nel silenzio di uno sguardo che non riesce a trovare le parole per gridare; ora quelle frasi strisciate tra i denti del “tutto bene” che hanno solo il sapore della finzione. Habil delle città, ultimo lavoro del Teatro dell’Argine, valica quelle barriere non solo per cercare di fare luce su quei mondi, ma per fare in modo che gli spettatori li abitino letteralmente.
Habil è un ragazzo di periferia, migrante di seconda generazione. Lo vediamo attraverso un visore, ci troviamo di fronte a lui, lo osserviamo nella sua camera da letto mentre si prepara prima di uscire. Una telefonata alla findanzatina, voci che si rincorrono. Lo vediamo uscire di casa, la testa infilata nel cappuccio, le corse in bici e poi la musica fino a quando non incontra Kabil, anche lui ragazzo di periferia. I due si scontrano, uno di loro rimane ucciso. Le vite parallele di Habil e Kabil, Abele e Caino nel corano, si incontrano in un tragico epilogo. Come Eteocle e Polinice nell’Antigone di Sofocle.

Tolto il visore ci ritroviamo proprio lì, nel cerchio della tragedia greca, mentre alcuni giovani attori interrogano quanto è accaduto tra Habil e Kabil, interrogano l’Antigone, interrogano il loro tempo e interrogano noi, nell’hic et nunc dell’accadere scenico. “Come è potuto accadere?”, “Perché se è successo nel parco sotto casa colpisce di più?”; “Perché invece se succede a chilometri da casa nostra è una cosa che sentiamo non riguardarci?”. Sono solo alcune delle domande che gli attori in scena si lanciano rincorrendosi, fermando quegli interrogativi nella mente degli spettatori, nel vano tentativo di trovare una risposta.
Ci ritroviamo così ad abitare una partitura drammaturgica stratificata che ci costringe alla responsabilità di Antigone, ad assumere su di noi il peso di quei corpi dilaniati dal silenzio, dall’incomprensione, dalla rabbia, forse dalla ricerca di amore. Tra le mani, la fragilità di giovani vite che implorano nuovi passi di coraggio, di ascolto, di dialogo.

Mentre abitiamo il cerchio della tragedia ritorna alla mente un frammento visto poco prima con il visore: siamo in una piazza insieme al regista dello spettacolo che sta filmando i ragazzi mentre cantano, in una delle ultime scene dove vediamo Habil e Kabil insieme, quando si incontrano per l’ultima volta. Ci rendiamo conto che siamo immersi nel tempo in cui la storia a cui stiamo assistendo si sta costruendo, in un salto temporale che riunifica i diversi livelli drammaturgici. Per quanto possano apparire disorientanti l’intreccio e il rimbalzo tra piani narrativi differenti, il tratto comune che li identifica risiede nella nostra continua implicazione in ognuno di essi, in qualità di spettatori. Siamo chiamati, in altre parole, a infilarci in ogni possibile piega della storia: nell’abbraccio di Kabil con la sorellina prima di uscire di casa; nello sguardo accusatorio e giudicante di Creonte che condanna a morte Antigone per avere voluto dare degna sepoltura al fratello; nelle multiple solitudini di chi è vittima e di chi è carnefice; nel lavoro quotidiano di un teatro con ragazze e ragazzi nelle periferie della città; nella ricerca di dare parola a quanto accaduto.
Il sotto-testo dello spettacolo racconta la necessità di una indispensabile messa a nudo di qualsiasi convinzione cristallizzata dentro ai diversi livelli narrativi. Non esiste giudizio alcuno né per Habil né per Kabil, né per Eteocle né per Polinice, né per Antigone. Non esistono una o più risposte, le domande che ci accompagnano durante lo spettacolo rimangono la promessa di un’assunzione di responsabilità comune. Il teatro – sembra suggerirci Habil delle città – rimane il luogo dove osservare e interrogare la nostra capacità di accogliere e amare, senza riserve, l’invisibile, anche quando questo implica necessariamente una presa di distanza dalle nostre convinzioni. Interrogare e interrogarci ci aiuta a fare quel passo più in là verso i confini, i margini — qualsiasi essi siano — non come azione salvifica e risolutiva ma come possibilità di aprire un varco dentro alla nostra, alle nostre città.
Ps. Per chi non l’avesse visto, Habil delle città sarà in scena da mercoledì 21 a domenica 25 ottobre 2026 presso la Sala di Città, Comune di San Lazzaro di Savena, Via Emilia 92, San Lazzaro di Savena (BO).